A partire dalla seconda metà degli anni ottanta i metodi geostatistici hanno cominciato a
diffondersi in settori diversi da quelli più tradizionali dell’ingegneria mineraria e del petrolio,
nel cui ambito erano stati messi a punto. I settori in cui tale diffusione ha avuto ed ha luogo
sono principalmente quelli delle scienze della terra applicate. Le discipline coinvolte sono
tante, e tra queste si possono ricordare: la scienza dei suoli, l’idrologia, l’idrogeologia, la geochimica,
la meteorologia, l’oceanografia, l’igiene ambientale, l’agronomia, l’analisi delle
immagini, etc. Tutte discipline che si collocano in un contesto spaziale o spaziotemporale e
che sono alla base dello studio dei fenomeni ambientali che più frequentemente si manifestano
sul territorio.
Tra le ragioni della diffusione della disciplina se ne possono citare due: l’aspetto pratico e
la sua efficacia. Il primo è dovuto al fatto che i metodi geostatistici sono stati messi a punto
su problemi specifici, la seconda è testimoniata dal successo che tali metodi hanno avuto nei
settori di origine, dove ormai vengono comunemente impiegati nella gestione economica
della produzione. Sicché, metodi che hanno sostenuto un siffatto collaudo, sono oggi diventati
disponibili per lo studio delle tematiche ambientali.
L’aspetto pratico dei metodi non discende però da un approccio empirico. L’approccio
geostatistico è da ricondursi invece alla modellistica stocastica, il cui formalismo mette a disposizione
dell’utente, con garanzia della coerenza dei risultati, un arsenale di strumenti considerevoli
che, nella maggior parte dei casi, consentono di risolvere i problemi sul tappeto.
Tale approccio consiste nel modellizzare il fenomeno di studio con una Funzione Aleatoria
caratterizzata da una legge spaziale.
Data la varietà dei temi che ricorrono nei settori di recente applicazione, i metodi geostatistici
sono in evoluzione e si arricchiscono sempre di più. Un esempio molto significativo è
costituito dalla grande attenzione oggi dedicata, da parte di molti studiosi della geostatistica,
alla messa a punto di metodologie per lo studio dei fenomeni a struttura spaziotemporale.
La caratterizzazione di un fenomeno spaziale o temporale o spaziotemporale costituisce il
primo e più importante passo di uno studio geostatistico. Essa consiste essenzialmente
nell’evidenziare, in forma qualitativa e quantitativa, la variabilità del fenomeno in esame,
specificandone la tipologia, in relazione alla presenza di eventuali anisotropie ed alla esistenza
di diverse scale di variabilità, spaziali o temporali. Per esempio in campo temporale si possono
mettere in evidenza scale di variabilità stagionali di fenomeni di inquinamento o scale di
variabilità stagionali e climatiche di fenomeni idrogeologici e meteorologici, descritti da variabili
quali piezometrie, precipitazioni, temperature, etc. Il comportamento mutuo delle variabili
può essere diverso per le diverse scale temporali, così come diverso può apparire, rispetto
alla variabilità temporale, il comportamento dei siti delle stazioni di misura, in ragione
dei loro aspetti fisici, quali quota, morfologia, esposizione, distanza dal crinale, distanza dal
mare nel caso dei fenomeni meteorologici, e porosità e trasmissività del mezzo nel caso dei
fenomeni idrogeologici.
In campo spaziale si possono mettere in evidenza componenti locali e regionali della variabilità,
per esempio del contenuto in metalli pesanti dei suoli o di altri inquinanti; mostrando
come e quanto, in ogni componente, la struttura spaziale della variabilità sia legata alle
fonti di inquinamento e alle caratteristiche ambientali, quali la morfologia, la litologia, la
meteorologia, etc. Analogamente si può fare per le caratteristiche fisicochimiche o idrauliche
dei suoli, o per le caratteristiche geochimiche delle acque e delle sostanze inquinanti in esse
disciolte.